
Racconti di Viaggio
Deserto? Sì grazie e il resto lo diserto
Massì, l’unica, dopo il deserto, è disertare. Disertare, disertare, disertare. Altro che resistere! A dieci giorni dal ritorno, diserzione è la parola. Disertare, dopo dieci giorni di vita coatta nella metropoli, ma fa lo stesso anche se vivi, come alcuni del gruppo, organizzato da Marina Malinverni di www.desertotunisino.com del 25 aprile/2 maggio (giorno della Liberazione e Festa del Lavoro, compresi. E anche questo, ditemi, se non è un segno-sogno?) sul Lago Maggiore o, nel caso dei più fortunati, sul confine svizzero.
Perché, ragazzi, il deserto, credete a me, è un’altra cosa. E dopo aver riempito lo sfondo della scrivania del computer di dune, dromedari, berberi e perfino, cus cus e chorbe (tipici, appetitosi, cibi locali che sono sempre uguali a se stessi, ma ogni volta, non si sa come, li gusti e ti senti il primo uomo-donna della terra ad averli gustati!), e dopo aver ammorbato amici e parenti con inesauribili racconti, e dopo aver guardato e riguardato le foto fatte da Mari (che ha fatto in modo di compiere gli anni nel deserto ed è stata ricoperta dai doni e libadoni di ben sei re Magi), perché la mia, di macchina, dopo un secondo di vento tunisino era piena di sabbia e si rifiutava di essere macchina, preferendo anche lei, al pari di chi scrive, viversi come fiore del deserto, l’unico pensiero per continuare a vivere, qui, dico, è quello di tornare laggiù, e pure il più presto possibile.
Dunque, grazie e rigrazie, Marina Malinverni, per le tue proposte di prossimi viaggi, come quella di novembre in occasione della mirabolante festa del deserto a Douz: evvai, sì, sì, sì, ancora, ancora... Anche se quando ero là, praticamente per tutta la durata del viaggio (ahimè appena un soffio di settimana), mi sono sentita una cotoletta impannata, soprattutto, di fronte alle guide tunisine doc, perfette nel loro look tutto chech, camicie pure cotton color sable, per non parlare delle intrinseche doti e competenze fisiche e morali ...
Anche se il soffio più che un soffio era forte come il Ghibli (???). Anche se il sole, anche di più. E anche se un diffuso, vergognoso, cittadino senso di nausea mi coglieva (ahimè) nel su e giù dalle dune a bordo delle jeep... E così sogno il desert, di not e di giorn, e ora tant per rinfocolar la sofference, vado elencando per chi c’è appena stato (otto più la Malinverni e le magiche guide di cui sopra, Hamed e Maher) e per chi avrà voglia di andare le tappe del vojage: Djerba (l’unica da cassare, l’hanno devastata vent’anni fa e non si riesce a capire come ci riescono ancora oggi col poco che è rimasto), Gabes, Mareth, Toujane, Matmata, Douz, El Faouar, e poi via, oltre la “porta” del deserto, giuro che c’è una porta, evocando il compianto Hugo Pratt e il suo sempervirens Corto Maltese,... verso dune all’ennesima potenza: di fronte al bir Timbain (bir in arabo vuol dire pozzo), altopiano che ricorda l’Ayas Rock australiano, incontrando nomadi, che camminano scalzi e si materializzano all’improvviso (quasi gli ultimi rimasti su questa terra e non perché sia loro venuta a noia) e ci facevano cippirimerlo, e poi a dormire nelle tende, che se la davano anche loro da orgogliosi fiori del deserto ma, più materialmente, erano dei gran strasc in totale sbattimento (leggi in balia del vento), e poi, l’indomani a Ksar Ghilane. Che, sì certo è turistica, con tutte quelle belle baracchine di souvenirs e quei torpedoni di italiani in gita, ma vuoi mettere: fare il bagno in un laghetto in mezzo al Sahara, mentre fuori dall’acqua, vera e fresca, infuria il ghibli e i dromedari e i nervosi cavallini arabi ti guardano dall’alto in basso, e ancora, il giorno dopo, via con le jeep sulle dunone di Ain Sbat (ain sta per sorgente) per sostare e perdersi da super cotolette impannate tra la sabbia, alcuni, perfino, svergognatamente a rotolarcisi in mezzo, quindi ancora in jeep verso Douiret, Tataouine, Medenine (che coll’omonimo cartello venezuelano non c’entra, ma l’aria che si respira lì è anche più eccitante!!!).
Un’ultima considerazione: chi scrive si considera baciata dalla fortuna, è potuta andarci, mica tutti, ades come ades, possono, in più con very nice amiss, guide superbes compreses, e, provando l’emozione di tenir in main, sans fargli mal, una spes di lucertolina gial dorat, detta pesciolino del deserto, che la super guida berbero tra i berberi Ahmed con sagace e agile mossa aveva catturato solo per il piacere di mostrarcela.
E ... dulcis in fundo, ma non per importans, ragaz: le desert era fleury. O-ouì, le desert l’era pien de fiuri, cespugl, alberis, verd. Fiuri minga da nient. Per esempl, fiuri come la artemisia, del culur dela pervinca o dela genziana che, si sa, la viv in high muntagna e dalle magike proprietas. E puis, le tamerici, di dannunziana, inutil memoria, e altre piante che l’ottima Marina Malinverni, naturopata, oltre che cittadina ed esperta viaggiatrice del mund, conosce e di cui ci ha raccontato e continuerà a raccontarci, favoleggiando di leggende, storie, miracolosi benefici che curano le nostre anime, povere e impannate, ma pronte a partire per secoli e secoli a venire!
salameleh a todos
Marina Di Leo
Perché, ragazzi, il deserto, credete a me, è un’altra cosa. E dopo aver riempito lo sfondo della scrivania del computer di dune, dromedari, berberi e perfino, cus cus e chorbe (tipici, appetitosi, cibi locali che sono sempre uguali a se stessi, ma ogni volta, non si sa come, li gusti e ti senti il primo uomo-donna della terra ad averli gustati!), e dopo aver ammorbato amici e parenti con inesauribili racconti, e dopo aver guardato e riguardato le foto fatte da Mari (che ha fatto in modo di compiere gli anni nel deserto ed è stata ricoperta dai doni e libadoni di ben sei re Magi), perché la mia, di macchina, dopo un secondo di vento tunisino era piena di sabbia e si rifiutava di essere macchina, preferendo anche lei, al pari di chi scrive, viversi come fiore del deserto, l’unico pensiero per continuare a vivere, qui, dico, è quello di tornare laggiù, e pure il più presto possibile.
Dunque, grazie e rigrazie, Marina Malinverni, per le tue proposte di prossimi viaggi, come quella di novembre in occasione della mirabolante festa del deserto a Douz: evvai, sì, sì, sì, ancora, ancora... Anche se quando ero là, praticamente per tutta la durata del viaggio (ahimè appena un soffio di settimana), mi sono sentita una cotoletta impannata, soprattutto, di fronte alle guide tunisine doc, perfette nel loro look tutto chech, camicie pure cotton color sable, per non parlare delle intrinseche doti e competenze fisiche e morali ...
Anche se il soffio più che un soffio era forte come il Ghibli (???). Anche se il sole, anche di più. E anche se un diffuso, vergognoso, cittadino senso di nausea mi coglieva (ahimè) nel su e giù dalle dune a bordo delle jeep... E così sogno il desert, di not e di giorn, e ora tant per rinfocolar la sofference, vado elencando per chi c’è appena stato (otto più la Malinverni e le magiche guide di cui sopra, Hamed e Maher) e per chi avrà voglia di andare le tappe del vojage: Djerba (l’unica da cassare, l’hanno devastata vent’anni fa e non si riesce a capire come ci riescono ancora oggi col poco che è rimasto), Gabes, Mareth, Toujane, Matmata, Douz, El Faouar, e poi via, oltre la “porta” del deserto, giuro che c’è una porta, evocando il compianto Hugo Pratt e il suo sempervirens Corto Maltese,... verso dune all’ennesima potenza: di fronte al bir Timbain (bir in arabo vuol dire pozzo), altopiano che ricorda l’Ayas Rock australiano, incontrando nomadi, che camminano scalzi e si materializzano all’improvviso (quasi gli ultimi rimasti su questa terra e non perché sia loro venuta a noia) e ci facevano cippirimerlo, e poi a dormire nelle tende, che se la davano anche loro da orgogliosi fiori del deserto ma, più materialmente, erano dei gran strasc in totale sbattimento (leggi in balia del vento), e poi, l’indomani a Ksar Ghilane. Che, sì certo è turistica, con tutte quelle belle baracchine di souvenirs e quei torpedoni di italiani in gita, ma vuoi mettere: fare il bagno in un laghetto in mezzo al Sahara, mentre fuori dall’acqua, vera e fresca, infuria il ghibli e i dromedari e i nervosi cavallini arabi ti guardano dall’alto in basso, e ancora, il giorno dopo, via con le jeep sulle dunone di Ain Sbat (ain sta per sorgente) per sostare e perdersi da super cotolette impannate tra la sabbia, alcuni, perfino, svergognatamente a rotolarcisi in mezzo, quindi ancora in jeep verso Douiret, Tataouine, Medenine (che coll’omonimo cartello venezuelano non c’entra, ma l’aria che si respira lì è anche più eccitante!!!).
Un’ultima considerazione: chi scrive si considera baciata dalla fortuna, è potuta andarci, mica tutti, ades come ades, possono, in più con very nice amiss, guide superbes compreses, e, provando l’emozione di tenir in main, sans fargli mal, una spes di lucertolina gial dorat, detta pesciolino del deserto, che la super guida berbero tra i berberi Ahmed con sagace e agile mossa aveva catturato solo per il piacere di mostrarcela.
E ... dulcis in fundo, ma non per importans, ragaz: le desert era fleury. O-ouì, le desert l’era pien de fiuri, cespugl, alberis, verd. Fiuri minga da nient. Per esempl, fiuri come la artemisia, del culur dela pervinca o dela genziana che, si sa, la viv in high muntagna e dalle magike proprietas. E puis, le tamerici, di dannunziana, inutil memoria, e altre piante che l’ottima Marina Malinverni, naturopata, oltre che cittadina ed esperta viaggiatrice del mund, conosce e di cui ci ha raccontato e continuerà a raccontarci, favoleggiando di leggende, storie, miracolosi benefici che curano le nostre anime, povere e impannate, ma pronte a partire per secoli e secoli a venire!
salameleh a todos
Marina Di Leo
